Giochi di brezze

In questa foto, scattata dall’amico Carlo nell’estate 2025 a Campo Imperatore (AQ), le nuvole svolgono un compito ben preciso: porre l’attenzione sul regime delle brezze locali, svelandolo ai nostri occhi. Siamo di fronte ad una curiosa collaborazione tra flussi d’aria e volute di microscopiche goccioline d’acqua (perché di questo sono fatte le nubi!) che danno vita a un’immagine di grande valore didattico.
Anche l’occhio più distratto noterà un certo dinamismo nella foto. Quei cumuli non se ne stanno semplicemente sospesi sopra il paesaggio: essi risalgono i pendii, ne seguono le inclinazioni, trovano slancio verso il cielo superando di gran lunga l’altezza dei rilievi; infine si arricciano, perdono spinta e tendono a disfarsi una volta giunti sulla verticale dell’asse vallivo.
Ebbene, è tutto spiegabile: il sole estivo riscalda molto il suolo, e lo riscalda in modo ancor più efficace sulle aree più rilevate. Qui l’aria a contatto con il terreno diventa caldissima, inizia a salire e genera differenze di pressione che richiamano flussi d’aria da quote più basse, che risalgono quindi la valle. È il classico meccanismo della brezza di valle.
Ma qui c’è qualcosa di più. Anche i versanti montuosi, spogli e molto esposti al sole, generano un loro piccolo regime di brezza. Una brezza di versante, che risale ogni singolo pendio, verso la cima.
Il quadro è completo: la brezza di valle interagisce con quelle di versante, creando una complessa trama di moti ascendenti e turbolenze che sospingono e arricciano le nuvole verso il cielo. Quelle forme nuvolose così particolari, tra gobbe, mucchi e riccioli sono dunque il disegno di correnti d’aria invisibili. E i versanti montuosi fanno un po’ da scultori: un piccolo colpo di vento da una parte, una corrente ascendente dall’altra, ed ecco una nuova torre, un boccolo, una protuberanza. Un’opera che dura pochi minuti, per poi lasciar spazio ad altre forme, perché le condizioni ambientali cambiano continuamente.
Qualcuno potrebbe pensare che le montagne rimangano lì, a godersi lo spettacolo, mentre le nuvole devono ricominciare ogni giorno da capo. Non proprio. Anche le montagne nascono, crescono e muoiono, ma su scale temporali molto più ampie. Se la nostra vita fosse dieci milioni di volte più lunga, quei cambiamenti li potremmo apprezzare, eccome! Crescita, modellamento, disfacimento, tutto sarebbe evidente più o meno come nelle nuvole. Ci vorrebbero un po’ di pazienza e tanta memoria 🙂
Dobbiamo accontentarci, quindi, ma è un bell’accontentarsi!
Dal punto di vista nefologico, siamo di fronte al genere Cumulus. Alcuni elementi mostrano uno sviluppo verticale abbastanza deciso da poter essere compatibili con Cumulus, specie congestus; altri appaiono meno sviluppati e rientrano tra i Cumulus mediocris.

Un ultimo battito d’ali

Su questa foto, scattata dall’amico Marco al tramonto di una bollente giornata dell’agosto 2026, ho fantasticato un po’, costruendo un dialogo tra una bimba e il suo papà.
Un dialogo che purtroppo è poco plausibile. Perché i papà e i bimbi, al giorno d’oggi, per la maggior parte del tempo sono piegati sui loro smartphone. Non guardano il cielo. E si perdono queste meraviglie.

Papà, guarda quella nuvola! Sembra enorme!
Lo è, bambina mia. E pensa che la stiamo vedendo da molto, molto lontano.
Da quanto lontano?
Se proprio vuoi un numero, direi centocinquanta chilometri. Forse anche di più. Quello che vedi è un gigantesco nuvolone chiamato cumulonembo, nato solo qualche ora fa.
Ma come fa una nuvola così grande a nascere tanto in fretta?
Tutto comincia da qualcosa che non vediamo: una corrente di aria calda e umida che sale in cielo. Si chiama termica. Il Sole scalda il terreno, il terreno scalda l’aria e l’aria comincia a salire. Mentre sale si raffredda, il vapore acqueo condensa e compaiono le prime goccioline. Poi la nuvola cresce, cresce ancora… finché, qualche volta, diventa un mostro come quello.
Un mostro?
Un mostro bellissimo. Fatto di miliardi di litri d’acqua e un numero grandissimo di cristalli di ghiaccio sospesi nel cielo.
E non cadono tutti insieme?
Per fortuna no! Ma sotto il nuvolone, quando era nel pieno della sua forza, qualche ora fa, sarà successo di tutto: pioggia, grandine, fulmini…
E quanto è alto?
Eh, più di dieci chilometri. Come andare da casa nostra a quella della nonna.
Dieci chilometri? Ma allora è più alto delle montagne!
Molto più alto. È proprio per questo che riusciamo a vederlo anche da così lontano, come vediamo la vela di una nave, lontana, sul mare.
E quelle specie di piume tutte intorno?
Sono una delle cose più belle. Quando il cumulonembo arriva molto in alto, incontra uno strato dell’atmosfera che gli impedisce di continuare a salire. Allora comincia ad allargarsi, come se avesse toccato il soffitto. Poi il vento trascina lontano i cristalli di ghiaccio e forma quelle lunghe distese sottili.
Sono cirri, papà?
Ma che brava, tesoro mio!
Quella nuvola sta ancora facendo il temporale?
Il peggio per chi sta lì sotto è già passato. Guarda il suo aspetto. È un gigante stanco.
Un gigante stanco?
Sì. Immagina che qualche ora fa si sia alzato in piedi, che abbia urlato con il tuono, che abbia lanciato fulmini, grandine e pioggia. Adesso fatica a reggersi in piedi. E il vento dispettoso ha cominciato a strappargli via la parte più alta, trasformandola in quelle enormi ali di ghiaccio.
Cosa gli succederà?
Si sta adagiando sulle montagne, ha tanto sonno.
E stanotte dormirà lì?
Non per molto.
Sparirà?
Completamente. Tutta l’acqua che non è caduta tornerà nell’atmosfera, e verrà trasportata altrove. Domani guarderemo lo stesso cielo e non ci sarà più traccia di questo gigante.
È una storia un po’ triste.
Un pochino. Ma le nuvole sono così, tesoro. Nascono, cambiano velocemente e poi scompaiono. Alcune vivono per giorni, altre soltanto poche ore. Questo gigante ha avuto una vita brevissima, ma molto movimentata. E si è messo un bel po’ in mostra, ha fatto sicuramente parlare di sé.
Allora quello è il suo ultimo tramonto.
Sì.
E quelle sono davvero le sue ali?
Se vuoi immaginarle così, sì. Un gigante che cerca di sbattere le ali, ma non ha più la forza di volare.
E poi arriva la notte.
E la notte, bambina mia, coprirà tutto con il suo silenzio.
Fino a domani. Poi, chissà, magari un altro gigante aprirà le sue ali.

Il tuo momento di gloria

Ebbene sì, per l’ennesima volta devo tornare alle parole del papà di tutti noi cloudspotter, Gavin Pretor-Pinney: che cosa sarebbe un cielo senza nuvole? Quale spettacolo potrebbe offrire una distesa sempre uguale a se stessa, un enorme, monotono soffitto azzurro? Le nuvole impreziosiscono il cielo con la loro presenza, sempre e comunque. Che siano striature di cirrus, batuffoli di altocumulus, cumulonembi che spazzano il cielo o innocui cumulus humilis, come in questo caso.
Spesso sono le foto dei miei amici che mi ispirano, e in questo caso devo ringraziare Michele, un esperto di montagna, che mi ha inviato questa singolare foto dai rilievi che circondano Bolzano. Il genere cumulus è evidente, la specie humilis viene suggerita dal fatto che lo sviluppo verticale è scarso.
Siamo al tramonto, quindi la nuvoletta avrà ben poche possibilità di crescere ulteriormente, salvo repentini mutamenti nei parametri atmosferici. Il suo destino è quello di dissolversi malinconicamente nell’oscurità.
Eppure, nonostante l’apparente irrilevanza, (non dimentichiamo che stiamo comunque parlando di migliaia di litri d’acqua) questo cumulus è riuscito a ritagliarsi un breve momento di gloria. Sembra essersi messo proprio lì, davanti al sole, a dire: ehi, ci sono anch’io!
Ebbene, cara amica nuvola, un’anima sensibile ha raccolto il tuo appello. Eccoti immortalata in questo blog, ecco il tuo momento di gloria 😉

La nuvola, l’uomo e la macchina

A volte basta davvero poco per stuzzicare la fantasia del cloudspotter. Come nel caso di questa foto inviatami dall’amico Andreas, che conosce la mia passione per le nuvole. La fantasia, però, spesso fa a pugni con la scienza e porta a conclusioni affrettate e sbagliate.
Intendiamoci: classificare questa nuvola non è semplice, anche perché la foto non la ritrae per intero. Io, così, di primo acchito, mi sono detto: altocumulus undulatus! Non può essere, per vari motivi. Gli altocumulus, prima di tutto, presentano delle ombreggiature, magari sfumate, poco evidenti, parziali. Ma devono esserci, salvo rari casi. E poi, qui siamo in alta montagna e quelle nubi hanno tutta l’aria di trovarsi più su, molto più su, ben oltre la quota limite degli altocumuli, che si aggira sui 5500 metri.
Dunque? Beh, nel 2026 non siamo certo soli 😉 Una sterminata mole di informazioni, conoscenze e… macchine “intelligenti” aspettano solo di essere consultate. Guarda caso, tempo fa ho creato un GPT (https://chatgpt.com/g/g-67fabaf030848191bf40efccdb18d300-classificatore-di-nuvole) che permette di caricare la foto di una nuvola e chiederne la classificazione. Non è perfetto, ovviamente, perché la nefologia è materia difficile. Però, interagendo con il GPT, sono probabilmente giunto alla soluzione: si tratta del bordo sfrangiato di cirrocumulus lenticularis, talmente sfrangiato da dare vita a vere e proprie ondulazioni.
Eh già, perché in questi giorni (la foto è stata scattata in data 7/7/2026 sulle Alpi orientali) correnti in quota tese, mediamente da nord-ovest, scorrono sull’Italia, interagendo con la catena alpina e producendo nubi lenticolari, rotori e ondulazioni.
Tutto chiaro: genere cirrocumulus, specie lenticularis, varietà undulatus. Ci siamo arrivati, io e il mio GPT, ragionando pacatamente, senza pretendere di avere ragione a tutti i costi. Qualche scambio di battute, e abbiamo risolto la questione.
Quanto mi piace questa interazione uomo-macchina! 🙂

Come sempre, grazie nuvole!

Un'ombra proiettata nella nebbia con un alone di colori luminosi intorno, catturata in un paesaggio montano.

Questo spettro di Brocken, fotografato nel dicembre 2025 sulla mia adorata Panoramica, ha trasformato un normale giro in bici in un’esperienza che non dimenticherò. Lo ammetto, quel giorno ci speravo fin dal primo chilometro. Sapevo che le possibilità di assistere a questo fenomeno ottico non erano molte, perché molte condizioni devono verificarsi contemporaneamente. L’osservatore deve trovarsi in una posizione sopraelevata, su un costone di una montagna o di una ripida collina. Al di sotto, a breve distanza, deve trovarsi un mare uniforme di nubi orografiche o nebbia di pendio in aria stabile con poca o nessuna turbolenza. Dulcis in fundo, il sole deve essere relativamente basso, alle spalle dell’osservatore. Quel giorno tutto si è incastrato alla perfezione, ed è stato fantastico. Per oltre mezz’ora ho potuto vedere la mia ombra, di dimensioni apparentemente gigantesche, contornata da una gloria, aloni colorati concentrici, seguirmi ovunque. Perché si verifica la gloria? Diciamo che è una questione di interferenza… in pratica, parte della luce proveniente dal sole entra nelle goccioline della nuvola e subisce una riflessione, un’altra parte lambisce la gocciolina, si incurva per diffrazione e torna anch’essa indietro, verso l’osservatore. Questi due contributi prendono quindi la stessa direzione, avendo però percorso distanze diverse: hanno quindi una differenza di fase. Questa è la chiave dei colori che cingono la nostra testa. Me la sono cavata con poco, ma il succo è questo 😉 L’importante è aver potuto godere di un fenomeno del genere, per la prima volta nella vita. Curiosità: se vicino a me ci fosse stato un altro osservatore, ognuno avrebbe visto la propria gloria, e non quella dell’altro! 😀

Stratus… psichedelici!

In questa foto scattata da Marco Contarelli dal monte Denno, poco fuori Brescia, appaiono due livelli di nubi. Quello alto si direbbe una distesa di altocumulus, o forse stratocumulus, (difficile da capire con il buio) in parte corredati da virgae, bande di precipitazioni che non raggiungono il suolo. Ma è il livello sottostante che desta interesse, non tanto per la tipologia di nube, una coltre di stratus a contatto con il terreno (nebbia, quindi), di spessore ridotto, quanto per i giochi di luce che l’illuminazione cittadina produce. In questo caso assistiamo ad un effetto ottico diverso da quello che scompone la luce visibile nei vari colori (o lunghezze d’onda) fino a tingere il cielo di rosso con il sole basso o di blu/azzurro quando esso è alto sull’orizzonte. Qui parliamo di diffusione Mie, effetto per il quale le particelle costituenti le nubi, di dimensioni paragonabili alla lunghezza d’onda della luce, diffondono quest’ultima in tutte le direzioni dando rilievo ai toni giallo-arancio, tipici dell’illuminazione urbana. Ne derivano banchi di Stratus dall’aspetto opaco, uniforme, lattiginoso, con transizioni tra zone più e meno illuminate dolci e sfumate. Non si vedono margini netti delle nubi: la luce si perde gradualmente nel pulviscolo. Ma ciò che più colpisce è l’effetto generale: a me ricorda certe discoteche anni 70 in cui lampade colorate creavano strani giochi luminosi. Mi viene da dire che tutta la città stia ballando e cantando 😀 Ma la realtà, purtroppo, è meno poetica. Quel banco di nubi è impregnato di particelle di ogni genere, molte di origine antropica, sottoprodotti di motori a scoppio, riscaldamenti e attività industriali. C’è poco da far festa, quindi :-/

Un buongiorno come si deve

Ecco il buongiorno come dico io, in cui non possono mancare alcuni elementi fondamentali. Uno è il mare. Assodato. Senza mare nulla ha senso. L’altro è il cielo. E in questo caso è anche colorato. Ma un cielo vuoto dice poco. Ci vuole qualcosa che porti movimento, che desti interesse. E così, in un’alba che da sola sarebbe già tutto un programma, questi stratocumulus un po’ sfilacciati, che cercano stancamente di trascinarsi verso l’alto, danno il tocco finale. Non solo perché anch’essi si colorano di quella luce arancione e radente che pervade tutto, ma perché offrono alcuni spunti di riflessione dal punto di vista meteorologico. Siamo sulla costa romagnola, è autunno, in costa soffia il garbino, figlio del libeccio tirrenico che scende asciutto e mite da questa parte dell’Appennino. Mettiamoci un pizzico di turbolenza, la riserva di umidità del mare, ed ecco servite queste nubi, un po’ traballanti a dire la verità. Ma sufficientemente corpose ad imporre la propria presenza e completare il suggestivo quadretto. Un momento, cento elementi, mille emozioni. Basta saper cogliere 😉

Ricordi nuvolosi… che torneranno!

È un po’ che questa foto si aggira nella mia cartella immagini. Ogni tanto le butto un occhio, ma finora ho sempre rimandato il suo inserimento in Nefologicando, come si fa con un bel ricordo che si mette da parte per evitare rimpianti e nostalgia. Già, perché il teatrino che le nubi hanno messo in scena a più riprese in spiaggia durante lo scorso inverno è stato qualcosa che ho adorato alla follia. Mi sedevo in prima fila e lasciavo che le mie vaporose amiche si inventassero ogni sera qualcosa di diverso. Come se uno stuolo di attori di primissimo piano si prodigasse per rappresentare una commedia di qualche celeberrimo scenografo, ogni volta una nuova. In questa occasione, una roll cloud si è rigenerata più volte al margine di una famiglia di cumulonembi che sfilava sul mare, il tutto impreziosito dalla luce arancione del tramonto che avvolgeva ogni cosa. Che dire… non mi resta che attendere che le spiagge si svuotino per tornare nuovamente con un biglietto di prima fila in tasca 😉
PS: a ognuno il suo! Foto di Chiara Bonatti

Di certa c’è solo la varietà radiatus! ;-)

Ecco uno dei casi in cui il cloudspotter rischia figuracce storiche. Siamo al tramonto, con la luce radente che gioca a colorare e dare volume anche a nubi che generalmente appaiono piatte, come se fossero “spalmate” sulla volta del cielo. In effetti, ad una prima osservazione, si potrebbe pensare che in questa foto siano ritratti degli altostratus, a cui il calare del sole dona quel momento di gloria di cui spesso parla il nostro guru, Pretor-Pinney, nel suo libro “Cloudspotting. Una guida per i contemplatori di nuvole”. Ho cercato però di non fermarmi alle apparenze e ho applicato alcune delle regole a cui l’osservatore di nuvole deve sempre fare riferimento. Prima di tutto l’altitudine: a guardare il radiosondaggio di quel giorno, che tra gli altri dati riporta anche quello dell’umidità, la quota in cui era più probabile la condensazione si trovava intorno ai 3000-4000 metri, tipica sia degli altostrati che degli altocumuli. E allora? Anche guardando alle caratteristiche visuali delle nubi ritratte, non se ne esce. La “corposità”, che farebbe propendere per gli altocumulus, è di certo esaltata dalla luce radente, e potrebbe essere un elemento che trae in inganno, più che agevolare la classificazione. Non è il caso di rompersi troppo la testa 😉 Io propendo per gli altostratus, e ovviamente (almeno questo è fuor di dubbio!) per la varietà radiatus, in quanto le bande nuvolose sembrano convergere verso un unico punto all’orizzonte.
Anche questa volta me la sono cavata… forse 😅

Fantasmi sul Lago d’Idro

Il mitico Marco Contarelli ha colpito ancora! Durante uno dei suoi lunghi pellegrinaggi ciclistici sulle Prealpi bresciane, dove ormai i solchi lasciati dalla sua gravel sono divenuti parte integrante del paesaggio 😉 ecco questa foto a immortalare un momento in bilico tra il reale e l’immaginario. Queste nubi appaiono come fantasmi, presenze eteree che lambiscono il lago d’Idro. Dal punto di vista nefologico, queste nuvole basse – appartenenti al genere stratus – si formano quando aria fredda vicino alla superficie rimane intrappolata sotto una coltre più calda, fenomeno chiamato “inversione termica” tipico delle ore mattutine in autunno e inverno.
Ma in questo caso, al di là della fisica tutto sommato ordinaria dell’evento, ciò che colpisce è l’aspetto spettrale di queste creature, che sembrano materializzarsi per un breve istante nel mondo reale. Sono fantasmi silenziosi che si avvicinano alla riva, si specchiano vanitosi nell’acqua e poi svaniscono, senza lasciare traccia. Peccato per chi si è perso lo spettacolo… bisogna alzarsi presto, essere sportivi e avere uno spirito particolarmente avventuroso. Tutte caratteristiche del nostro Marco 😉