Una cattura inaspettata

In questa bella immagine ripresa dall’amica Lina il 18/4/2022 il protagonista è senza dubbio il tramonto. Il sole si sta adagiando sul Lago di Garda (la foto è stata scattata da San Zeno di Montagna, a mezza costa sulla sponda veronese del Benaco) con il profilo del Monte Pizzocolo che rompe la linearità dell’orizzonte. Ebbene, questo scatto, che voleva essere un omaggio alla bellezza del tramonto gardesano, ha colto casualmente un curioso fenomeno meteorologico, che deve ancora fare il suo ingresso nel catalogo dell’Organizzazione meteorologica mondiale. In alto a destra l’appassionato di nuvole scorgerà infatti un particolare che ad altri passerà inosservato… un brandello di contrail (la classica scia che gli aerei lasciano al loro passaggio) si avviluppa dando vita ad una struttura quasi elicoidale. Perché questa forma così particolare? Generalmente le contrails nascono rettilinee, e vengono poi “spettinate” dal vento. Non esiste ancora una spiegazione ufficiale per questa curiosa mutazione a elica, ma di certo conta la variazione di velocità e direzione delle correnti alle varie quote. Fino a che non giungerà una versione (e una classificazione) ufficiale (per ora si parla di twisted contrail) noi cloudspotter potremo trastullarci nell’inventare le ipotesi più strane. Non è un’opportunità da poco in un mondo in cui tutto è studiato e catalogato fin nei minimi dettagli 😉

La nube misteriosa

Non valgo molto come fotografo, ma in questo caso sono riuscito a catturare una “preda” di tutto rispetto, perché la foggia di questo cumulonimbus capillatus incus è singolare e degna di attenzione. Personalmente non ricordo di aver visto un updraft (la colonna di aria calda e umida in ascesa che alimenta la torre nuvolosa) presentare a metà strada una strozzatura del genere, per poi riprendere vigore e volume a quote più alte. Si direbbe che l’updraft abbia cozzato contro uno strato d’aria ostile alla convezione (alla crescita della nube, in altre parole) e che sia riuscito a “bucare” l’ostacolo solo dove esso era più vigoroso, come una sottile membrana di gomma che viene lacerata nel punto di massima pressione. Più sopra le condizioni di temperatura e umidità tornano ad essere favorevoli allo sviluppo del cumulonembo, che si dispiega generando un’incudine (incus) dalla forma particolare… e un po’ striminzita, mi verrebbe da dire in un gergo poco tecnico! I lunghi filamenti ghiacciati che si dipartono dall’incudine fanno inoltre ricadere il cumulonembo nella specie capillatus.
Ora: la mia analisi sulla strozzatura è plausibile, ma non è detto che sia la verità 😉 Per capire “al volo” ciò che succede in cielo dovremmo avere tutt’altri occhi; se fossimo sensibili agli infrarossi, per esempio, potremmo seguire i complicati movimenti che avvengono in una situazione come questa, di forte instabilità atmosferica, con aria calda che sale e correnti fredde che precipitano al suolo.
Ciò che ho scritto rimarrà quindi un’ipotesi, che tra l’altro non trova conforto nei radiosondaggi di quel giorno. Se davvero questo strato atmosferico esistesse, dovrebbe essere evidenziato da un temporaneo aumento di temperatura con la quota, cosa che invece non trovo al link http://weather.uwyo.edu/upperair/sounding.html. Mi consolo con il fatto che il radiosondaggio è riferito ad una località piuttosto distante dal luogo in cui ho scattato la foto.
Dunque…? Beh, godiamoci questa stranezza del cielo, consapevoli che forse nemmeno i più autorevoli nefologi potrebbero capire cosa sia veramente successo!

Omaggio al ciclista fotografo

Era tanto che volevo rendere omaggio all’amico (virtuale, almeno per ora) Marco (qui il suo interessante blog) e oggi ne ho finalmente l’occasione. Le sue escursioni ciclistiche hanno sempre qualcosa di magico: albe spettacolari, luoghi superpanoramici, siti di grande valore storico e naturalistico. Non posso dire che in questa foto scattata il 27/12/2021 si sia superato, semplicemente perché ne ho viste di altrettanto belle 😉 ma questa mi ha colpito per un dettaglio; essa può essere usata, così com’è, per spiegare perché il cielo è rosso-arancio all’alba e al tramonto e azzurro-blu durante il giorno.
Cominciamo con il dire che la luce del sole ci appare all’incirca bianca perché il bianco è la somma di tutti i colori che la nostra stella emette grazie ai processi di fusione nucleare. Poi dobbiamo tirare in ballo un fenomeno (chiamato in fisica scattering) per il quale la luce del sole, attraversando la nostra atmosfera, viene progressivamente impoverita di alcuni suoi colori, principalmente il blu, giungendo ai nostri occhi leggermente gialla o, quando i raggi attraversano “di taglio” l’atmosfera, addirittura rossa o arancione. Ebbene, in questa foto ci troviamo in un momento di transizione, in cui osserviamo entrambe le situazioni. Con il sole sospeso poco sopra l’orizzonte, la luce radente subisce ancora un forte impoverimento della componente blu e anche di quella gialla, colorando il paesaggio di rosso e arancione. Nel frattempo la dispersione del blu in atmosfera, sulla verticale dell’osservatore, inizia a donare al cielo le tinte caratteristiche del dì.
Il banco di altocumuli disposti in orizzontale funge curiosamente da divisorio tra la notte ormai trascorsa e il giorno che sta nascendo. Le nubi più basse, a contatto con il terreno, appartengono invece al genere stratus… ma le possiamo più semplicemente chiamare nebbia!
Ho scelto questa foto anche perché vi compare una bici… e sia io che Marco sappiamo quale importanza abbia questo strano e meraviglioso aggeggio nelle nostro vite 😉

Devo aggiungere un post scriptum perché Marco sta pubblicando foto in un vertiginoso crescendo di bellezza 😉 Ecco dunque l’alba di qualche giorno dopo, il 30 dicembre 2021, in cui un banco di altocumulus si tinge di un fantastico rosso-arancio. Furbe le nuvolette: se ne stanno alte, a quattromila metri di quota, senza la minima intenzione di scendere e sporcarsi le scarpe con il fango depositato sulla pianura e che noi cittadini, molti senza esserne nemmeno consapevoli, respiriamo ogni giorno :-/

Occhi al cielo!

In un mondo in cui per tante esistenze l’accumulo di denaro è il fine ultimo e il postare sui social l’attività culturalmente più elevata, impiegare del tempo a discettare di nuvole potrebbe sembrare un’eresia. Che dire per esempio di questa discussione sul forum di M3V, in cui io e l’amico virtuale Barnaba ci affanniamo ad inquadrare questa struttura nuvolosa? Beh, voi pensate ciò che volete, ma io ho imparato che tutto ciò che sta in cielo è SOGNO e tutte le futilità che stanno a terra sono MERDA, buone solamente ad anestetizzare il nostro spirito. In questo caso il dubbio amletico è se il banco di altocumulus in primo piano faccia da paravento a qualcosa di ben più “sostanzioso”, un cumulonimbus, o se quest’ultimo sia nato morto, soffocato dalla coorte di vaporose compagne che lo attorniano, o addirittura non sia mai nato. Ebbene, per me sì, il cumulonimbus c’è, perché rilevo alcune delle sue caratteristiche peculiari: la discreta estensione verticale ed orizzontale, la presenza dell’incudine (che si intuisce a fatica) sia pur ad altezze non elevate (5-6000 metri, siamo ancora in primavera), e la presenza di abbassamenti (lowering) che tradiscono l’ascesa di aria calda e umida all’interno della torre temporalesca. Barnaba non è dello stesso parere, e non posso escludere che abbia ragione. Molto suggestive le sue espressioni “è una nuvola dinamica, che cerca di fare qualcosa o che ci ha appena rinunciato, uno stratocumulo che si agita e poi si dissolve”. Non posso negare che potrei anche aver fotografato il momento di gloria di un banalissimo stratocumulus che è riuscito a menare per il naso un povero cloudspotter 😉 Alla fine con Barnaba non ho raggiunto un accordo, ma va bene anche così. L’importante è tenere lo sguardo alto verso il cielo e non dimenticare cosa è importante, e cosa non lo è affatto.

Nuvole e latino

Lo sappiamo, la nostra bella lingua latina è stata adottata da scienziati e studiosi per designare gli esseri viventi, e non solo: è ampiamente usata in astronomia e in tanti altri sistemi di classificazione in ogni angolo del mondo. Nemmeno le nubi si sottraggono al fascino di questa lingua, che fortunatamente non è per nulla morta! E così eccomi a presentarvi uno stupendo esemplare notturno di altocumulus stratiformis undulatus translucidus. È altocumulus perché nube composta da unità relativamente piccole, abbastanza distinte, con ombre proprie, poste a quote medie; è stratiformis perché si estende orizzontalmente per gran parte del cielo; è undulatus perché la disposizione delle unità costituenti ricorda (più o meno) le onde del mare; è translucidus perché il complesso nuvoloso lascia intravedere l’astro che si trova dietro, in questo caso la luna. Certo, lo potremmo chiamare altocumulo stratiforme undulato translucido… ma volete mettere l’eleganza e la musicalità degli stessi termini formulati in latino? 😉

Scienza e bellezza

Genere cirrus, specie fibratus: una classificazione che ha trovato tutti concordi nella discussione di M3V in cui è stata postata questa foto (https://forum.meteotriveneto.it/node/13657) e che dice tutto… ma solo dal punto di vista scientifico! Perché una fredda catalogazione nefologica non può descrivere la bellezza di questi filamenti sospesi nel cielo di Udine nell’ormai lontano novembre 2013. Dobbiamo ringraziare l’utente Scotland che ha “catturato” questi capelli d’angelo lasciati da qualche celestiale presenza e rimasti a librarsi a mezz’aria. Attenzione, però: non immaginiamo queste nubi “sdraiate” nel cielo, disposte parallelamente al terreno. I minuscoli cristalli di ghiaccio che le compongono lentamente cadono, incontrando fasce di atmosfera in cui la velocità del vento tende a diminuire e rimanendo quindi indietro rispetto al corpo principale. Per questo si formano queste scie allungate, che presentano variazioni di spessore in base alle condizioni di temperatura e umidità incontrate.
Scienza e bellezza insieme: tutto grazie alle nostre vaporose amiche 😉

Il pileus lenticolare

Ha proprio ragione il presidente di Meteo Triveneto, Stefano Zamperin, quando dice che la sezione nuvole del forum è un unicum che contraddistingue l’associazione. Ed è proprio scavando nelle sue discussioni che spesso e volentieri saltano fuori “prelibatezze” come questa foto dell’utente Misterfrut, che io preferisco chiamare con il nome di battesimo, Mauro 😉 Da dove salta fuori quello strano cappello posto sul tetto della nube cumuliforme? Lo scambio di post che si è sviluppato rende bene l’idea della competenza e dello spirito di osservazione che caratterizza molti dei soci. L’input più importante è partito da Edward (ward9 sul forum) che così ha scritto: un pileus che per modalità di formazione è una lenticolare (o meglio, più in generale, una “nube d’onda”), e che staziona sopra il cumulo o cumulonembo. In questo caso è lo stesso Cu o Cb a creare l’onda orografica, fungendo da ostacolo ai venti: in pratica si crea una lenticolare sulla sommità del Cu o del Cb, come si creano le cap cloud alle sommità dei monti. Spiegazione chiara e plausibilissima: la colonna di aria calda che sta generando la nuvola svolge la funzione di ostacolo orografico, come farebbe una montagna, generando le condizioni per la formazione di una nube lenticolare. Ancora una volta il mondo delle nuvole ci regala una configurazione bizzarra e apparentemente incomprensibile. Ma quando ci sono passione e conoscenza si viene a capo di tutto… o quasi 😉

Tre generazioni di nuvole

A prima vista, questa foto ci parla di alcuni grossi nuvoloni in montagna che stanno scatenando un temporale di cui probabilmente poco o nulla giungerà in pianura. Nulla di eccezionale, si potrebbe dire. Eppure questo scatto ha un suo perché, dato che ritrae ben tre generazioni di nuvole… nonno, padre e figlio, se vogliamo umanizzare il quadretto 😉 Si tratta di tre distinte “pulsazioni” verso l’alto di aria calda e umida, ognuna delle quali ha generato una nube cumuliforme sopra la catena montuosa del Lagorai, in Trentino. La più anziana è quella più alta; si tratta di un cumulonimbus capillatus incus in fase senescente, che si dissolverà lasciando dietro di sé qualche fascio di flebili cirrus a spasso per il cielo. Il secondo è quello più in salute, un vigoroso cumulonimbus calvus che sta sicuramente dando qualche grattacapo agli immancabili, incauti escursionisti ignari del bollettino meteo di giornata. Il terzo nuvolone, quello più in basso, molto scuro perché all’ombra delle precedenti generazioni, appartiene invece al genere cumulus, specie congestus; è ancora in crescita, insomma, e probabilmente seguirà il destino dei suoi predecessori. C’è qualche correlazione tra le tre generazioni? Ma certo! Esattamente come nell’albero genealogico di una famiglia, il primo ha dato vita al secondo, che ha poi generato il terzo. Come? La pioggia e la grandine in caduta scalzano dal terreno nuove bolle di aria calda e umida, che dirigendosi verso l’alto condensano in nuovi, grossi nuvoloni. Il figlio non si forma esattamente sotto il padre, dove prevalgono le correnti discendenti, ma un po’ a lato, a seconda del vento dominante ad una certa quota. Dobbiamo quindi sforzarci di guardare la foto intuendo più scenografie poste a distanze diverse, a dare profondità al tutto.
Curioso, no? Anche le nubi possono avere genitori e figli! 😉
La foto è stata scattata l’8 luglio 2013 da Michele Martinelli (mike1966 sul forum di M3V) a Pian dei Pradi (TN) in direzione della catena del Lagorai.

La dura vita del cloudspotter

Questa foto, che in me evoca ricordi e suggestioni molto forti, è stata scattata sull’adorata Panoramica Gabicce-Pesaro durante una delle mie avventure in bici+treno. Quel giorno il vento soffiava impetuoso e con provenienza irregolare. In quei casi la vegetazione dà un’idea di quanto le correnti spazzino il terreno; su di essa infatti, soprattutto sull’erba alta, si evidenziano le raffiche lineari, i mulinelli e le folate che talvolta vanno a creare curiosi intrecci. Ma è osservando la superficie del mare che ci si rende conto di quanto capriccioso sappia essere il vento. La superficie dell’acqua presentava infatti increspature, onde e strane forme circolari che cambiavano in ogni momento. Mi sono fermato a godermi quel singolare spettacolo pensando che, inevitabilmente, anche le nuvole subiscono lo stesso strapazzo, pur giungendo in quota un po’ affievolito l’effetto deformante della morfologia terrestre. E se il contesto è così volubile e mutevole, è chiaro perché la foggia delle nubi cambi continuamente e perché noi cloudspotter talvolta ci rompiamo invano la testa nel tentativo di classificare un tipo di nube! Un po’ come se cercassimo di fare una foto ad un amico in sella a un destriero imbizzarrito; quello che ne verrebbe fuori sarebbe ben lontano dall’immagine reale… è dura la vita degli osservatori di nuvole… 😉

L’artista delle nuvole

In questa rassegna di nuvole non poteva mancare un omaggio ad un artista che ha fatto delle nostre vaporose amiche le protagoniste di gran parte delle sue opere. Mi riferisco a John Constable (1776-1837), uno dei maggiori pittori paesaggisti del Romanticismo, citato svariate volte anche in “Cloudspotting”, la famosa guida per gli osservatori di nuvole di Gavin Pretor-Pinney. Nelle nuvole Constable vede la manifestazione della divinità e l’idealizzazione delle forze della Natura. I suoi dipinti sono spesso caratterizzati da marcati chiaroscuri, che rendono le scene rappresentate inquietanti, quasi impressionanti. È il caso di “Studio per paesaggio marino, barca e cielo tempestoso”, un dipinto ad olio terminato intorno al 1828. Ad un osservatore di nuvole salta subito all’occhio la matericità della nube temporalesca che Constable ha ritratto. Si direbbe quasi un essere a sé stante, e non la semplice manifestazione del vapore acqueo contenuto nell’atmosfera. Con una mole del genere, la nuvola va classificata senza dubbio nel genere cumulonimbus, specie calvus. Ma probabilmente sto andando al di fuori di quelle che sono le intenzioni dell’autore… non credo gradirebbe un’interpretazione così didascalica della sua opera 😉