
In questa foto scattata da Marco Contarelli dal monte Denno, poco fuori Brescia, appaiono due livelli di nubi. Quello alto si direbbe una distesa di altocumulus, o forse stratocumulus, (difficile da capire con il buio) in parte corredati da virgae, bande di precipitazioni che non raggiungono il suolo. Ma è il livello sottostante che desta interesse, non tanto per la tipologia di nube, una coltre di stratus a contatto con il terreno (nebbia, quindi), di spessore ridotto, quanto per i giochi di luce che l’illuminazione cittadina produce. In questo caso assistiamo ad un effetto ottico diverso da quello che scompone la luce visibile nei vari colori (o lunghezze d’onda) fino a tingere il cielo di rosso con il sole basso o di blu/azzurro quando esso è alto sull’orizzonte. Qui parliamo di diffusione Mie, effetto per il quale le particelle costituenti le nubi, di dimensioni paragonabili alla lunghezza d’onda della luce, diffondono quest’ultima in tutte le direzioni dando rilievo ai toni giallo-arancio, tipici dell’illuminazione urbana. Ne derivano banchi di Stratus dall’aspetto opaco, uniforme, lattiginoso, con transizioni tra zone più e meno illuminate dolci e sfumate. Non si vedono margini netti delle nubi: la luce si perde gradualmente nel pulviscolo. Ma ciò che più colpisce è l’effetto generale: a me ricorda certe discoteche anni 70 in cui lampade colorate creavano strani giochi luminosi. Mi viene da dire che tutta la città stia ballando e cantando 😀 Ma la realtà, purtroppo, è meno poetica. Quel banco di nubi è impregnato di particelle di ogni genere, molte di origine antropica, sottoprodotti di motori a scoppio, riscaldamenti e attività industriali. C’è poco da far festa, quindi
sempre un piacere leggere le tue spiegazioni 🤟
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